Martina Moscato: «Il calcio dopo il lockdown? E' dura riprendere, per questo ho fiducia»

Finalmente si riprende a giocare il campionato più anomalo della storia. Abbiamo così chiesto alla giornalista che da anni racconta le vicende dei biancoscudati, Martina Moscato, con che spirito affrontare questi strani play off

Martina Moscato negli studi di TeleNuovo

Il campionato più strano della storia, a qualsivoglia categoria ci si riferisca, riprende anche per quanto riguarda la serie C. Uno stop di mesi e un finale con partite secche senza aver neppure finito il girone di ritorno, non si era davvero mai visto. Mantenere alta l’attenzione è stata dura certo per gli addetti ai lavori ma anche per gli appassionati tifosi; i pensieri durante il lockdown erano rivolti certo ad altro.

Martina

Abbiamo così chiesto Martina Moscato che è il volto nel quale si riconoscono i tifosi biancoscudati cosa si aspetta da questo così insolito finale di stagione: «Gia la retrocessione dell’anno scorso è stata dura da digerire. Quest’anno poi c’è stato il Covid, adesso si riparte, ma non è facile«. Sembrerebbe un mettere le mani avanti, invece com’è nel suo carattere spontaneo ed esplosivo ci dice: «Il Padova ci ha abituato che quando tutto è difficile tira fuori il meglio. E’ quando tutto sembra facile che di solito arrivano invece le grandi delusioni. Speriamo quindi che anche questa volta vengano fuori risorse inaspettate».

Passione

Il calcio senza il calore dei tifosi: «E’ difficile anche fare la cronaca da studio senza il pubblico che c’è allo stadio, figuriamoci giocare con gli stadi vuoti. Vedi - ci racconta - era il 1999 che ho cominciato a seguire il Padova ed eravamo in C2. Prima seguivo il calcio dilettante, ho cominciato nel 1992 con le serie minori. Il tifo dagli spalti, a qualsiasi categoria, è un elemento al quale non si può rinunciare». Com'è successo che sei diventata il volto di riferimento di tutti i tifosi del Padova? Martina ride un po' imbarazzata ma poi risponde: «Il capo servizio di allora mi propose di cominciare a seguire il Padova e così dal 2004 ho cominciato a Telenuovo ma è dal 2007 che faccio la trasmissione. All’epoca si chiamava tuttocalcio e oggi invece Alè Padova». Ti piaceva andare allo stadio, lo studio non può essere la stessa cosa per una passionale come te, la stuzzichiamo: «Allo stadio non ci si può più andare in B dal 2010, quindi c’è stato tempo per farci l’abitudine. Urlare in studio però non è la stessa cosa, per questo mi piace ci sia il pubblico così creiamo una sorta di tribuna. Ma lo stadio è chiaro che è tutta un'altra cosa».

Pallone

Martina e il pallone un connubio nato molto presto: «Fin da piccola seguivo il calcio, all’inizio per stare vicino a mio padre che era tifoso del Milan. E’ stato lui che mi ha portato all’Appiani e lì sono innamorato del Padova. Da piccola poi sentivo “tutto il calcio minuto per minuto” e tenendo una spazzola in mano che fingevo un microfono inventavo l’intervento dall’Appiani a interrompere Ciotti o Ameri. Mi divertivo davvero un sacco, il calcio mi ha sempre appassionata tantissimo tanto che davvero non riesco a trattenere le emozioni e lo so, a volte esagero ma non ci posso fare niente. Sono talmente presa che non mi rendo neppure conto. La gente infatti lo sa, sono me stessa, poi è chiaro che c’è a chi può non piacere».

Sodalizio 

Paradossalmente gli addetti ai lavori che seguono il ricordano come uno degli anni più belli quello in cui il Padova ha militato in serie D. «Quello della D è un anno che ci ha regalato tanto dal punto di vista umano ma anche professionale. Le trasferte le potevamo fare vedere in diretta in tv e la fare la telecronaca in chiaro per me è stata una esperienza bellissima. Si andava a giocare in campi di periferia ed era bello anche se a volte non c’era neppure la tribuna stampa. Posti dove non erano abituati a ricevere migliaia di tifosi e ci accoglievano ovunque con grandissimo entusiasmo. E sai perché? Perché c’era anche un contatto diretto tra la squadra e i tifosi e di conseguenza con la città. Bisogna tornare a creare un legame diretto tra la squadra e la città. Sono le emozioni la ricetta per creare un sodalizio vincente».

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