Pfas, il super dossier regionale in procura

Un carteggio pesantissimo sulla condotta della Miteni sarebbe stato inviato dall'assessorato alla Sanità agli inquirenti: l'indiscrezione arriva da Venezia. Frattanto le mamme "No Pfas" intervengono sul caso GenX: "Fuori i documenti. Chiederemo lumi ai magistrati"

Gli uffici dell'assessorato alla Sanità della Regione Veneto avrebbero inviato alla Procura della Repubblica di Vicenza un voluminoso dossier di centinaia di pagine fitto fitto di puntualizzazioni e di annotazioni scientifiche anche in materia sanitaria. L'ambito è quello della maxi indagine che le toghe beriche stanno conducendo sull'affaire Miteni. Il quale peraltro ieri ha fatto registrare un nuovo capitolo. Durante una assemblea pubblica organizzata a Montagnana il Coordinamento delle mamme no Pfas è tornato a chiedere lumi sulla vicenda di un'altra sostanza processata dalla fabbrica trissinese, il GenX. In questo caso l'attenzione si è concentrata sull'iter in forza del quale gli enti pubblici hanno autorizzato o comunque sorvegliato l’iter autorizzativo per la lavorazione di questo "temibile composto".

Il prologo

A Montagnana, una delle municipalità del Padovano maggiormente colpite dalla contaminazione da Pfas, l'amministrazione comunale ha organizzato un incontro pubblico per fare il punto della situazione. Tra gli invitati c'era Nicola Dell'Acqua, direttore generale dell'agenzia ambientale regionale del Veneto, l'Arpav. Durante un vivace botta e risposta con la mamme del coordinamento "No Pfas" nel pieno della querelle è finita la lista delle sostanze chimiche trattate all'interno dello stabilimento di Trissino, il quale ancora una volta è rimasto invischiato in una burrasca mediatica allorquando dalla stampa si è appreso che l'impianto potrebbe rischiare una chiusura parziale o totale in ragione della presenza in falda di una sostanza, l'Frd, prodotta in Olanda da Chemours-Dupont col nome commerciale di GenX e rilavorata negli stabilimenti dell'Ovest vicentino. Secondo la provincia di Vicenza e secondo l'Arpav quel composto fuori dalla fabbrica, ovvero in falda, non sarebbe mai dovuto finire. Ma c'è di più; tra le carte "di cui nel 2016 la Miteni" avrebbe messo a parte gli enti pubblici responsabili della vigilanza in materia di imprese ad alta pericolosità, questo sostengono le mamme, il GenX non è stato menzionato. Il riferimento è ad una relazione gergalmente conosciuta come Rir che ieri è stata platealmente sbandierata davanti al pubblico presente alla Sala Veneziana di Montagnana. "È lo stesso Dell'Acqua - rimarca arrabbiatissima Michela Piccoli uno dei volti simbolo della protesta dei comitati - che durante l'incontro di ieri a Montagnana mi ha risposto che il GenX non è nell'elenco che abbiamo scovato tra le carte in possesso degli enti preposti. Ora vogliamo vedere come si comporteranno le autorità. Chiediamo tutte le carte", prosegue Piccoli (in foto durante un momento della serata), la quale si domanda se la magistratura "sia al corrente di questa situazione tanto che anche alle toghe chiediamo chiarezza".

La novità

Frattanto c'è una novità che giunge da Venezia. Secondo una indiscrezione che da alcuni giorni gira, fra le altre, a palazzo Balbi, l'assessorato alla sanità avrebbe inviato un corposo carteggio alla Procura della repubblica di Vicenza. Si tratta di una serie di documenti di valenza scientifica che contengono riprove e valutazioni precise, in primis sul piano sanitario, che fornirebbero un formidabile strumento di riscontro ai pubblici ministeri titolari del fascicolo: ovvero la dottoressa Barbara De Munari ed il dottor Hans Roderich Blattner.

La questione non è di poco conto perché in passato il procuratore berico Antonino Cappelleri proprio in relazione all'affaire Miteni aveva predicato prudenza, facendo intuire che le indagini per essere efficaci avrebbero avuto bisogno di un supporto scientifico di tutto rispetto. L'attribuzione delle responsabilità nel codice penale infatti segue un percorso assai rigoroso ed è per questo motivo che la legge fornisce ai magistrati strumenti di accertamento infinitamente più incisivi rispetto a quelli a disposizione degli organi amministrativi, che per vero non sono pochi.

Ora, se le indiscrezioni materializzatesi in Laguna fossero confermate, le toghe vicentine non avrebbero più ostacoli per una eventuale formalizzazione della chiusura delle indagini elaborata in modo molto stringente. Ma potrebbero venir meno anche i dubbi per una serie di altri provvedimenti come eventuali sequestri o arresti cautelari, oppure acquisizioni di notizie di un certo tipo sui reali proprietari della fabbrica. I quali attualmente sono schermati da un dedalo azionario con base principale in Lussemburgo, Paese accusato da anni di essere un paradiso fiscale: senza tralasciare per di più eventuali responsabilità degli organi amministrativi che negli anni hanno o avrebbero dovuto vigilare sulla condotta della stessa Miteni.

Ma che cosa sarebbe partito dagli uffici dell'assessorato, e più precisamente dagli uffici della Direzione prevenzione, sicurezza alimentare e veterinaria? E soprattutto quelle carte sono effettivamente partite alla volta del capoluogo berico? Chi scrive ha più volte cercato di interpellare la responsabile della direzione, ovvero la dottoressa Francesca Russo. La quale però al momento non sarebbe possibile rintracciare perché in ferie. Questo almeno è stato riferito dalla sua segreteria. Un tentativo simile per avere lumi in tal senso è andato a vuoto anche con lo staff del direttore di Arpav, il quale peraltro è anche commissario straordinario per l'emergenza Pfas.

Il nodo delle acque piovane

E non è finita. Perché ieri il coordinamento dei genitori No Pfas ha battagliato anche su un altro punto specifico. Quello della qualità delle acque piovute sul piazzale della Miteni che potrebbero essere state contaminate per poi finire nel vicino torrente Poscola. "Se si legge la relazione di commento dei dati relativi alle emissioni di Pfoa e Pfas nelle acque di scarico redatta nell'aprile 2017 da Miteni" sta scritto a pagina 36 che che "nel corso dell'ultimo periodo le precipitazioni non sono state tali da permettere il campionamento delle acque meteoriche inviate al Poscola". Questo il j'accuse di Dario Muraro il quale spiega come i papà e le mamme del coordinamento si sentano non solo preoccupati per i propri figli bensì pure frustrati: "Ma è possibile che quelle carte dobbiamo scoprirle e leggercele da noi? Quelle asserzioni come sono state valutate da chi di dovere? Vogliamo davvero credere che prima dell'aprile del 2017 la siccità abbia impedito di rilevare la qualità di quell'acqua? Stiamo scherzando? Ci sentiamo presi in giro".

La replica della società

Frattanto però sono i vertici della Miteni spa a respingere ogni accusa al mittente. In una nota pubblicata ieri, proprio rispetto alla vicenda dei derivati del fluoro si legge: "Saranno controllate quattro aziende su seicento che usano i Pfas. Il piano disposto dalla Regione Veneto prevede che sulle centinaia di aziende da indagare che usano queste sostanze, come era stato disposto un anno e mezzo fa anche dal Tribunale superiore della acque pubbliche, vengano svolti appena quattro controlli su due concerie, una galvanica ed una serigrafia". Si tratta di parole precise tra le cui righe si legge, almeno questo sembra essere «il sentiment» dell'azienda, la stizza di chi in qualche maniera si vede additato come capro espiatorio dal momento che i Pfas, così sostiene ancora l'azienda, vengono utilizzati non solo da Miteni ma da tantissime altre imprese.

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