«Ci sono “zone franche” dove sembra che tutto sia concesso»: Appe si scaglia contro il Pride Village

«I video che circolano in rete mandano un messaggio chiaro: ci sono delle “zone franche” dove sembra che tutto sia concesso. Non ci interessa sapere se ci siano motivi politici o di altro genere, desideriamo solo che le stesse regole si applichino a tutti indistintamente»

«A questo punto ci chiediamo quali sono le regole da seguire per non essere multati dalle Autorità e conseguentemente cosa dobbiamo dire ai nostri associati che ci hanno tempestato di messaggi». A parlare è Filippo Segato, segretario dell’Associazione Provinciale Pubblici Esercizi (Appe) di Padova, e il riferimento è «ai video e alle immagini che circolano in rete e dimostrano come, in occasione di una recente serata al Pride Village, si sia ripetuto quanto già accaduto in precedenza: assembramenti, scarso uso di mascherine, ballo, assenza delle distanze interpersonali»

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L'attacco

«Così - prosegue Segato - abbiamo i gestori dei locali da ballo e attività serali che ci chiedono se, per caso, sia cambiata qualche normativa, visto che le loro attività sono chiuse o fortemente ridimensionate a causa, appunto, delle stringenti regole emesse per contrastare il diffondersi dell’epidemia». Niente di tutto ciò, tanto che per l’associazione che rappresenta a Padova circa 1.500 tra bar, ristoranti, locali serali, pasticcerie ed altri pubblici esercizi «è palese che nell’ambito del Pride Village si è ampiamente violata la legge, sembrerebbe peraltro senza alcun intervento da parte delle forze dell’ordine. La cosa - continua Segato - è doppiamente grave in quanto, per prima cosa, si tratta della reiterazione di fatti già avvenuti e ampiamente documentati solo poche settimane fa e, in seconda istanza, perché invece c’è un monitoraggio continuo su quanto avviene nell’ambito dei pubblici esercizi: pensiamo solo ai continui controlli e sanzioni applicate ai bar delle piazze e del centro in genere. I video che circolano in rete di certo non promuovono la nostra città e, anzi, mandano un messaggio chiaro: ci sono delle “zone franche” dove sembra che tutto sia concesso. Non ci interessa sapere se ci siano motivi politici o di altro genere, desideriamo solo che le stesse regole si applichino a tutti indistintamente»

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